C’è un gesto che a volte compiamo in seduta, quasi impercettibile. Un gesto che non insegna nessuna scuola di psicoterapia, ma che appartiene a chi lavora nella relazione profonda. Chiudiamo gli occhi.
Lo facciamo quando le parole del paziente galleggiano nel vuoto o si aggrovigliano, quando la logica non basta e serve qualcos’altro. È lì che il terapeuta si affida al sentire, alle immagini interiori, ai movimenti sottili del campo relazionale. Non è dissociazione, né stanchezza. È un modo per sintonizzarsi più a fondo. Per vedere senza l’interferenza dello sguardo esterno.
In quel buio volontario accade qualcosa. Il terapeuta cerca, seleziona, connette. Fa spazio. E, se tutto va bene, da quel buio emerge un concetto, una metafora, un’immagine che dà forma al caos. Non una verità assoluta, ma una possibile lettura che il paziente, a volte, non aveva ancora trovato.
Poi riapre gli occhi. E lì si gioca il vero passaggio: la restituzione.
Non sempre il paziente reagisce. Non ci sono lacrime, né colpi di scena. Anzi, a volte sembra quasi che non succeda nulla. Nessuna gratitudine esplicita, nessun riconoscimento. Ma chi lavora in questo modo sa che non reagire non significa non sentire. Anzi. Può darsi che quel concetto sia arrivato esattamente dove doveva arrivare. Solo che, per essere digerito, ha bisogno di tempo. Come certi semi che germogliano nel silenzio.
Altre volte, invece, il paziente non riesce proprio a farci spazio. Non può accogliere quella visione, perché è troppo lontana dal suo stato attuale, troppo precoce, o perché tocca qualcosa di profondamente difeso. E allora quel gesto – chiudere gli occhi, aprirli e offrire un senso – può anche diventare frustrante. Perché il terapeuta sente di aver colto qualcosa, ma la relazione non è pronta a reggerlo.
La verità è che il momento della restituzione non è mai solo un atto comunicativo. È un atto relazionale. E come ogni relazione, porta con sé il rischio del fraintendimento, del rifiuto o, al contrario, dell’incontro autentico.
Per questo chiudere gli occhi, per un terapeuta, è molto più di un atto simbolico. È il momento in cui si concede di abitare il non sapere. Di affidarsi alla propria capacità associativa, immaginativa, emotiva. E quando riapre gli occhi, se riesce a portare con sé quella visione e a comunicarla senza imporla, allora qualcosa può davvero iniziare a muoversi.
Anche se il paziente non lo mostra. Anche se non dice nulla. Anche se cambia argomento.
Perché certi momenti non fanno rumore. Ma lavorano dentro, lentamente, come certi rimedi profondi.



