Il 17 giugno 1895 Sigmund Freud scrive all’amico Wilhelm Fliess una frase che colpisce per la sua intensità:
“Il mio cuore è interamente con la psicologia. Se riuscirò in questo, sarò soddisfatto di tutto il resto. Che, intanto, non mi rivela il suo segreto è molto doloroso.”
Queste parole appartengono a un Freud ancora lontano dalla fama. Non ha ancora pubblicato L’interpretazione dei sogni, non ha ancora formulato molti dei concetti che lo renderanno celebre. Eppure qualcosa è già presente: la sensazione di trovarsi davanti a un mistero che esiste, ma che non si lascia ancora comprendere.
Ciò che colpisce è il linguaggio utilizzato. Freud parla della psicologia come di qualcosa che possiede un “segreto”. Non si lamenta di una difficoltà tecnica o metodologica. Parla di dolore. È il dolore di chi intuisce una verità senza riuscire ancora ad afferrarla.
Leggendo queste righe viene spontaneo pensare a Michelangelo.
Secondo una tradizione spesso associata al grande scultore, la statua esiste già all’interno del marmo e il compito dell’artista consiste nel liberarla. Michelangelo non crea dal nulla: scopre. Rimuove ciò che impedisce alla forma di apparire.
Anche Freud sembra vivere qualcosa di simile. Dietro i sintomi, i sogni, le nevrosi e le sofferenze dei suoi pazienti, egli avverte la presenza di un ordine nascosto. La forma c’è già, ma non è ancora visibile.
La differenza è che Michelangelo lavora con la pietra, Freud con l’invisibile.
Lo scultore toglie materia. Lo psicoanalista prova a rimuovere difese, resistenze, maschere e autoinganni. Entrambi cercano qualcosa che non può essere costruito artificialmente, ma soltanto portato alla luce.
Per questo la frase di Freud contiene una lezione che va oltre la storia della psicoanalisi. Ci ricorda che la conoscenza autentica non nasce sempre dal controllo e dalla padronanza. Talvolta nasce dalla capacità di restare accanto a ciò che ancora non comprendiamo.
Anche nel lavoro clinico accade spesso così.
Il terapeuta ascolta una persona e percepisce che esiste una forma più profonda della sua storia. Intuisce collegamenti, significati, nodi emotivi. Ma se prova a forzarli troppo presto rischia di perdere proprio ciò che sta cercando.
In questo senso il lavoro terapeutico assomiglia più a un’arte dello svelamento che a una tecnica di riparazione.
Forse è proprio qui che Freud e Michelangelo si incontrano.
Entrambi abitano uno spazio intermedio tra il sapere e il non sapere. Entrambi sono guidati dalla fiducia che qualcosa di vero esista già, anche quando non è ancora visibile. Entrambi conoscono la frustrazione e il dolore dell’attesa.
E forse ogni terapeuta conosce, almeno un poco, quella stessa esperienza descritta da Freud nel 1895: amare profondamente il proprio oggetto di ricerca e soffrire perché continui a custodire il suo segreto.
Ma è proprio quel segreto, probabilmente, che continua a rendere vivo il desiderio di conoscere.


