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La psicoterapia come luogo umano: dolore, relazione e senso

da | 2 Gen 2026

Se ripenso ai temi che tornano nel mio lavoro e nei miei scritti, mi accorgo che non parlano mai davvero di “disturbi”.

Parlano di persone.

Di esseri umani che cercano un modo possibile di stare nel mondo, nelle relazioni, dentro se stessi.

La psicoterapia, per come la intendo e la pratico, non è il luogo dove si corregge ciò che non va.

È il luogo dove si dà senso a ciò che fa male.

Non arrivano i peggiori, arrivano i più vivi

C’è un’idea diffusa secondo cui lo psicoterapeuta vede il peggio dell’umanità.

La mia esperienza dice l’opposto.

In terapia arrivano persone che si fanno domande, che non vogliono più anestetizzarsi, che sentono che qualcosa dentro chiede ascolto.

Arrivano spesso quando sono al limite del dolore, è vero, ma anche quando dentro di loro qualcosa ha già iniziato a muoversi.

Non è un caso che, a volte, i sintomi più invalidanti scompaiano presto:

quando qualcuno si sente finalmente visto, ascoltato, riconosciuto, il corpo e la mente smettono di urlare.

Il sintomo come campanello, non come nemico

Ansia, panico, pensieri ossessivi, somatizzazioni: raramente sono il vero problema.

Sono segnali.

Campanelli che vogliono aprire porte.

La sofferenza non è sempre patologia.

A volte è lutto, passaggio, crisi evolutiva, separazione, dolore d’amore.

Leggere tutto in chiave diagnostica rischia di impoverire l’esperienza umana.

A volte, leggere meno DSM (manuale diagnostico) e più poesia è già terapeutico.

Esistiamo nello sguardo dell’altro

Un tema che ritorna continuamente è questo:

noi esistiamo perché qualcuno ci guarda.

Dalla relazione madre–bambino fino alle relazioni adulte, la nostra identità nasce nello sguardo dell’altro.

E quando quello sguardo manca, si spegne o giudica, il dolore è profondo.

La psicoterapia diventa allora uno spazio dove esistere senza dover performare, dove poter dire pensieri che fanno paura, rabbia che imbarazza, emozioni che sembrano “sbagliate”.

Quando un paziente porta un pensiero intrusivo e il terapeuta non si sconvolge, ma normalizza, quello è già cura.

La rabbia, il dolore e ciò che non vogliamo sentire

Molti dei danni più grandi nascono non dalle emozioni, ma dal loro rifiuto.

La rabbia negata diventa violenza — verso gli altri o verso se stessi.

Il dolore evitato diventa sintomo.

La separazione non elaborata diventa blocco.

Un po’ di dolore fa male.

Ed è giusto così.

Quest’anno è stato, anche per me, l’anno degli arrivederci significativi.

Separazioni che mi hanno fatto male, perché ciò che si lasciava aveva valore.

Imparare a lasciarsi conservando la relazione nel cuore è uno dei passaggi più difficili e più maturi che esistano.

Il terapeuta non è un sacerdote, è un essere umano

Un altro filo forte è la realtà del terapeuta.

Non una figura sacra, distaccata, fredda.

Ma una persona che usa se stessa, con misura, come strumento di lavoro.

La self-disclosure, se ben dosata, non è invasione: è realtà che entra nella stanza.

È dire: anche io sono umano, anche io provo, anche io conosco certe emozioni.

Il veleno, come sempre, lo fa la dose.

Il viaggio, i simboli, le favole

Uso spesso favole, miti, personaggi: Pinocchio, il Grinch, Superman, le streghe, i viandanti.

Non per semplificare, ma perché il simbolo arriva dove il concetto non arriva.

La psicoterapia è un viaggio.

E il terapeuta non è colui che sa già dove si arriva, ma un viandante esperto che cammina accanto.

La spiritualità laica del lavoro terapeutico

Dentro tutto questo c’è anche una dimensione filosofica e spirituale, non religiosa:

la domanda di senso, di appartenenza, di significato.

Il bisogno umano di sentirsi parte di qualcosa, di non essere solo un insieme di sintomi da correggere.

La psicoterapia è uno dei pochi luoghi, oggi, dove queste domande possono essere accolte senza essere ridicolizzate.

E da oggi, si ricomincia

Da oggi, primo gennaio, si apre un nuovo anno di lavoro.

Non come una tabula rasa — perché ciò che è stato resta — ma come un nuovo tratto di strada.

Si ricomincia portando con sé ciò che l’anno passato ha insegnato:

i legami che hanno lasciato traccia,

gli arrivederci che hanno fatto male,

le storie ascoltate,

le domande rimaste aperte.

Si ricomincia con la consapevolezza che ogni incontro sarà nuovo,

che ogni persona porterà una storia diversa,

che ogni percorso chiederà presenza, rispetto, tempo.

E si ricomincia con la stessa convinzione di fondo:

che curare non significa aggiustare,

ma accompagnare qualcuno a diventare più se stesso.

Perché, se c’è una cosa che questo lavoro continua a insegnarmi, è che quando qualcuno viene davvero ascoltato,

qualcosa dentro — lentamente, ma profondamente — ricomincia a vivere.

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