La risposta è semplice: sì.
E succede più spesso di quanto si pensi.
Solo che in genere… non se ne parla.
Magari vai da una terapeuta, ti ascolta, ti fa anche delle domande “giuste”…
Eppure, ti irrita.
Ti sembra fredda, distante, o al contrario troppo invadente.
Oppure il terapeuta è gentile, ma non ti fidi. Non ti senti a tuo agio. Non lo sopporti. E non sai neanche spiegare bene perché.
Tutto questo non significa che la terapia non stia funzionando.
Potrebbe significare che sta succedendo qualcosa di importante nella relazione.
Quando il paziente prova antipatia per il terapeuta
Può succedere.
E spesso non c’entra niente con la persona in sé.
Il terapeuta può “attivare” ricordi o sensazioni inconsce, legate magari a figure significative del passato:
un genitore autoritario, un fratello che ti zittiva, una maestra che ti faceva sentire stupido, una persona che non ti ha mai capito.
Il terapeuta non è quella persona, ma ti fa provare emozioni simili.
È come se dentro di te si attivasse un campanello d’allarme:
“Attento, qui potresti sentirti ferito di nuovo”.
E invece no: se si lavora su questa emozione, proprio lì può nascere un grande cambiamento.
Quando è il terapeuta a provare fastidio per il paziente
Sì, succede anche questo.
Il terapeuta è umano, ha la sua storia, la sua sensibilità.
Ci sono pazienti che:
parlano in modo caotico, chiedono troppo, rifiutano ogni proposta, o scatenano una sensazione difficile da gestire.
Ma un terapeuta preparato non giudica: si chiede cosa stia succedendo.
Cosa sta portando con sé il paziente? Quale parte di me sta toccando?
Anche in questo caso, non è un problema:
è un’occasione per capire meglio la relazione e, a volte, aiutare proprio lì dove si è creato il disagio.
Cosa si può fare? Parlare o cambiare?
Spesso si pensa: “Mi dà fastidio, quindi cambio terapeuta.”
A volte è giusto.
Ma prima di andarsene, prova a parlarne in seduta.
Sì, anche solo così:
“A volte con lei non mi sento capito.”
“Mi sono sentito giudicato e mi ha dato fastidio.”
“Mi sono chiesto se mi sta antipatico lei o se è qualcosa che mi porto io.”
Questa conversazione, se affrontata bene, può far crescere la terapia più di tante altre.
Perché significa che la relazione è vera, non finta, e che c’è spazio anche per le emozioni scomode.
Conclusione: l’antipatia non è la fine, può essere l’inizio
In terapia si lavora con le emozioni vere.
Anche quelle che non ci piacciono.
Anche quelle che ci mettono a disagio.
Se ti capita di provare antipatia per il tuo terapeuta, o senti che lui/lei fatica a entrare in sintonia con te, non è detto che sia un errore.
Potrebbe essere un pezzo importante della vostra storia terapeutica.
E parlarne, insieme, può sbloccare qualcosa di profondo.
Perché la terapia non è una recita.
È un luogo vero.
E dove si può dire tutto, anche ciò che dà fastidio, si può iniziare davvero a cambiare.



