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Superbia: il “peccato” che in terapia inizia già a dissolversi

da | 29 Mag 2025

Tra tutti i “peccati capitali”, la superbia è forse quello che più facilmente si traveste da virtù.

Si presenta con il volto della competenza, dell’autonomia, della razionalità.

Si esprime nella frase: “Non ho bisogno di nessuno.”

Nel gesto controllato, nella postura composta, nell’orgoglio di non crollare mai.

Ma dal punto di vista psicologico, la superbia non è forza.

È una difesa sottile, profonda, spesso costruita su un terreno di insicurezze e ferite non viste.

Una corazza lucida per coprire una vulnerabilità non concessa.

Il bisogno di valere… senza chiedere

Molte persone crescono con un messaggio implicito: “valgo solo se riesco da solo”.

Così si crea un copione relazionale in cui:

il bisogno viene negato, la fragilità viene nascosta, l’errore è inaccettabile.

Il “superbo” psicologico non si sente “migliore degli altri” per arroganza pura.

Lo fa per difendersi da un’antica paura: quella di non contare niente, di non valere abbastanza, di essere rifiutato.

E allora costruisce un’identità impermeabile, brillante, solida. Ma spesso anche sola.

Dietro la superbia, vergogna

Nel cuore della superbia, spesso, c’è una vergogna profonda.

Vergogna per non essere stato abbastanza visto.

Vergogna per non essere mai stato amato così com’era.

Vergogna per aver imparato che il bisogno è debolezza.

E allora l’unico modo per restare “al sicuro” è non chiedere, non esporsi, non fallire mai.

Ma il prezzo è alto: isolamento emotivo, fatica nel legame, impossibilità di ricevere aiuto.

Il superbo non si confronta, si difende

Chi è dentro una modalità di funzionamento “superba” non tollera facilmente il confronto autentico.

Preferisce avere ragione, piuttosto che mettersi in discussione. Fa fatica a dire “non lo so”. Non ammette la fragilità, perché la vive come minaccia alla propria identità.

Eppure, proprio questa rigidità lo allontana dagli altri.

Lo separa.

E sotto sotto, lo affatica.

La terapia: un varco nell’armatura

Ma poi accade qualcosa.

Il “superbo” arriva in terapia. Magari spinto da una crisi, da una relazione che non regge più, da un corpo che si ammala.

E in quel momento – anche senza saperlo – qualcosa già si è rotto.

Perché chiedere aiuto è già un gesto contro la superbia.

È una crepa nell’armatura.

È un piccolo atto di verità.

In terapia, il lavoro non è “smontare” il “superbo”. Non serve farlo sentire piccolo.

Il lavoro è legittimare il bisogno, riconoscere la storia che ha costretto quella persona a nascondersi dietro l’efficienza e il controllo.

È mostrare che la fragilità non toglie valore, anzi: lo restituisce.

Conclusione: il “peccato” che si trasforma in risorsa

La superbia, nella sua versione psicologica, non è un “peccato” da espiare, ma un adattamento da comprendere.

Un tentativo, spesso antico, di non crollare.

Un modo di sopravvivere quando mostrarsi era troppo pericoloso.

Ma in terapia, quel meccanismo può essere guardato con tenerezza, umorismo, profondità.

E piano piano, si può scendere dal piedistallo…

non per sentirsi meno,

ma per incontrarsi davvero.

E finalmente, chiedere, condividere, esserci. Da esseri umani.

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