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Comprare per sentirsi vivi: il vuoto emotivo dietro lo shopping compulsivo

da | 20 Mag 2025

Ci sono momenti in cui aprire un sito di e-commerce o entrare in un negozio non è solo un modo per comprare qualcosa che serve. È una forma di sollievo. Un piccolo brivido. Un attimo di tregua.

E a volte, questo gesto si ripete, si fa urgenza.

Non si compra per bisogno, ma per coprire un vuoto.

Lo shopping compulsivo è una strategia. Non razionale, certo, ma profondamente umana.

È una risposta a un vuoto emotivo che non ha trovato altri modi per essere ascoltato.

Quando l’acquisto diventa anestesia

In psicoterapia si sente dire spesso:

“Ho comprato qualcosa solo per sentirmi meglio.” “Stavo giù, e allora ho ordinato online.” “Non potevo permettermelo, ma ne avevo bisogno.”

Lo “shopping consolatorio” nasce da un impulso, ma ha radici più profonde.

Dietro, quasi sempre, c’è una mancanza di stimoli affettivi, un senso di vuoto, una difficoltà a tollerare il silenzio interno.

In quel momento, il gesto dell’acquisto serve a riempire, anche solo per pochi minuti, uno spazio interno che fa male guardare.

Lo shopping online: il carburante perfetto per il comportamento compulsivo

La diffusione dello shopping online ha reso tutto più immediato, più accessibile, più velenoso.

Non c’è bisogno di uscire di casa, non ci sono sguardi, né giudizi. Basta un clic.

Nessuna fatica, nessun limite. Promozioni continue, notifiche, wishlist. E soprattutto: la gratificazione istantanea dell’ordine confermato, seguita dall’attesa eccitata della consegna.

Tutto questo amplifica il ciclo della compulsione: impulso – clic – sollievo – vuoto – nuovo impulso.

Il web diventa uno spazio di “conforto tossico”: pronto a placare ma non a curare.

La dopamina: il piacere veloce

Ogni volta che compriamo qualcosa, il cervello rilascia dopamina, il neurotrasmettitore del piacere e della gratificazione.

Nel caso dello shopping compulsivo, non è l’oggetto in sé a contare, ma l’attivazione emotiva che accompagna la scelta, l’ordine, l’arrivo del pacco.

È un modo per sentirsi attivati, esistenti, stimolati.

Ma dura poco. Ed è proprio questa brevità che lo rende pericoloso: perché il bisogno ritorna subito, e con esso la compulsione a comprare di nuovo.

Comprare per colmare un vuoto affettivo

Molte persone che sviluppano un rapporto compulsivo con gli acquisti hanno alle spalle storie di trascuratezza emotiva, relazioni precarie, assenza di riconoscimento.

L’oggetto diventa un surrogato:

dell’amore non ricevuto, dell’attenzione mai avuta, del premio che non è mai arrivato.

Comprare significa auto-consolarsi, auto-celebrarsi, auto-donarsi qualcosa che da altri non è mai arrivato.

Ma come ogni forma di compensazione, è destinata a fallire se non si lavora sulla radice del bisogno.

Il lavoro terapeutico: ascoltare il bisogno, non combattere il sintomo

In terapia, non si lavora sull’acquisto in sé. Si lavora sul bisogno che lo sostiene:

Qual è il vuoto che stai cercando di colmare? Da quanto tempo non ti senti visto, riconosciuto, stimato? Qual è il dolore che non hai mai avuto modo di nominare?

Non si tratta di privare la persona del piacere. Si tratta di restituirle il potere di scegliere cosa le fa davvero bene, e non solo ciò che la fa sentire “un po’ meno male”.

Conclusione: comprare qualcosa o ricominciare a sentire?

Lo shopping compulsivo, potenziato dalla facilità dello shopping online, è un sintomo della nostra epoca veloce, iperconnessa e povera di profondità.

Ma dietro ogni acquisto impulsivo, c’è un messaggio.

E se invece di cliccare “acquista ora”, ci fermassimo ad ascoltare quel vuoto, forse scopriremmo che ciò che cerchiamo non si trova in un pacco, ma in una relazione più intima con noi stessi.

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