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Il dilagare della psicologia: tra risorsa e rischio di psicologizzazione della vita

da | 19 Lug 2025

Negli ultimi anni, la psicologia è ovunque.

Sui social, nei talk show, nei podcast, nei meme.

Frasi come “trigger”, “gaslighting”, “relazioni tossiche”, “autoconsapevolezza” fanno ormai parte del linguaggio comune.

E da psicoterapeuta, non posso che riconoscere che questo ha degli aspetti positivi, ma anche dei limiti che iniziano a farsi sentire.

Cosa c’è di buono

Il fatto che oggi si parli di psicologia in modo così diffuso è, sotto molti aspetti, un enorme passo avanti.

Ricordo benissimo un tempo in cui andare in terapia era vissuto come qualcosa da nascondere, una vergogna.

Oggi, invece, molti parlano apertamente del proprio percorso terapeutico.

E questo ha normalizzato il prendersi cura della propria salute mentale, ha abbattuto lo stigma, ha reso accessibile un linguaggio prima esclusivo.

Anche l’uso più ampio di parole legate alle emozioni, ai bisogni, ai legami – se ben utilizzato – aiuta le persone a nominare ciò che vivono, e questo in sé ha un valore terapeutico.

Parlare di ansia, attaccamento, trauma, non è più riservato a contesti clinici. È entrato nella cultura comune.

E va bene così.

Ma non basta. E non sempre è utile.

Il rischio: psicologizzare tutto

A volte ho la sensazione che stiamo cadendo in un eccesso opposto: la psicologizzazione della vita.

Come se ogni gesto, ogni comportamento, ogni emozione, debba essere spiegato con una categoria psicologica.

Come se tutto quello che accade dovesse avere un’etichetta clinica.

Come se ogni difficoltà, anche normale, fosse automaticamente un “trauma”, una “relazione tossica”, un “disturbo”.

E invece no.

La vita ha anche un suo grado di caos, di imprevedibilità e di disagio fisiologico.

Non tutto quello che ci fa soffrire è una patologia.

Non tutto quello che ci disturba ha bisogno di una diagnosi.

E non tutte le relazioni complicate sono da spezzare perché non ci “fanno bene”.

La psicologia non è una religione

La psicologia è uno strumento.

Una lente. Un linguaggio.

Non è una verità assoluta.

E nemmeno una morale.

Non serve a giudicare la vita, ma a comprenderla.

E se cominciamo a usarla per etichettare tutto, perdiamo il suo senso più profondo: quello di stare nella complessità, non di semplificarla a tutti i costi.

In terapia, cerco spesso di restituire realtà.

Perché mi capita di incontrare persone che arrivano con un auto-diagnosi fatta su Instagram.

Che hanno letto tre post e ora si chiedono se hanno un disturbo narcisistico o evitante.

Che hanno scambiato la vulnerabilità per patologia.

Ma la sofferenza non sempre è un segno di malattia. A volte è solo vita.

Conclusione: psicologia sì, ma con misura

Sono felice che la psicologia sia diventata parte della nostra cultura.

Ma credo che il vero lavoro sia saperla usare bene.

Sapere quando una spiegazione aiuta e quando complica, quando una diagnosi chiarisce e quando irrigidisce.

E forse, ogni tanto, ricordarci che prima della psicologia c’è la persona.

Con la sua storia, il suo contesto, i suoi inciampi, le sue risorse.

E che non tutto va spiegato. Qualcosa, semplicemente, va vissuto.

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