Una delle domande che, prima o poi, mi sento fare è: “Ma quando finisce una terapia?”
A volte viene posta direttamente. Altre volte arriva in modo più sottile: “Dovrò venire sempre?”, “E se poi smetto di avere bisogno?”, “Perché all’inizio ci vedevamo ogni settimana e adesso ci vediamo più di rado?”
Sono domande importanti, perché raccontano qualcosa di molto preciso su cosa dovrebbe essere, per me, una psicoterapia.
All’inizio di un percorso può essere necessario incontrarsi con maggiore frequenza. Ci sono momenti in cui una persona arriva in terapia perché sta attraversando una fase particolarmente difficile, perché ha bisogno di un sostegno, di uno spazio stabile, di qualcuno che la aiuti a mettere ordine dove dentro c’è confusione.
In alcuni casi, quindi, vedersi ogni settimana è non solo utile, ma può essere necessario.
La terapia, in quella fase, può avere anche una funzione di appoggio.
Poi, però, qualcosa comincia a cambiare.
La persona acquisisce maggiore consapevolezza, impara a riconoscere ciò che accade dentro di sé, comprende meglio le proprie reazioni, individua schemi che prima sembravano inevitabili e, soprattutto, comincia a sperimentare possibilità diverse.
Ed è qui che, gradualmente, può cambiare anche la frequenza degli incontri.
Non perché la terapia sia diventata meno importante.
Ma, paradossalmente, proprio perché qualcosa ha cominciato a funzionare.
Per me questo è un passaggio fondamentale: la psicoterapia non dovrebbe creare dipendenza dal terapeuta, ma favorire autonomia.
Il mio lavoro non è diventare indispensabile.
È fornire strumenti affinché, progressivamente, la persona possa utilizzarli anche quando io non sono nella stanza.
Mi piace pensare alla terapia come a un luogo in cui ci si allena a fare un movimento che, a un certo punto, deve poter essere portato fuori.
E qui c’è una differenza importante rispetto a una palestra.
In palestra, se smetti di allenarti, nel tempo i muscoli possono perdere forza. L’allenamento ha bisogno di essere ripetuto con una certa continuità per mantenere determinate capacità.
La psicoterapia non funziona esattamente così.
Non è necessario venire continuamente in terapia per “mantenere allenata” la propria mente, come se ciò che è stato acquisito si atrofizzasse semplicemente perché passa qualche settimana senza una seduta.
Anzi.
Una parte importante del lavoro terapeutico consiste proprio nel fare in modo che ciò che accade nella stanza possa continuare ad accadere fuori dalla stanza.
La seduta diventa uno spazio in cui osservare, comprendere, sperimentare.
Poi arriva la vita.
Arrivano le relazioni, le discussioni, le scelte, le paure, le difficoltà, gli imprevisti.
Ed è lì che quegli strumenti devono poter essere utilizzati.
Per questo, quando tra una seduta e l’altra comincia ad esserci più spazio, non penso necessariamente che ci sia “meno terapia”.
A volte c’è, al contrario, più vita.
C’è una persona che comincia a fare da sola ciò che prima aveva bisogno di elaborare insieme al terapeuta.
Comincia a riconoscere una dinamica prima che diventi un problema.
Si accorge di una reazione automatica e riesce a fermarsi.
Riesce a tollerare un’emozione senza doverla immediatamente eliminare.
Affronta una conversazione difficile senza scappare.
Prende una decisione senza avere bisogno che qualcun altro le dica quale sia quella giusta.
E forse è proprio questo uno dei momenti più belli della psicoterapia.
Quando la persona non ha più bisogno di chiedersi continuamente: “Che cosa devo fare?”
Perché comincia a chiedersi: “Che cosa penso io? Che cosa sento? Che cosa scelgo?”
Non significa che non avrà più difficoltà.
Non significa che nella vita non torneranno momenti complicati.
La salute psicologica non consiste nel non avere più problemi.
Consiste anche nel sentirsi maggiormente capaci di attraversarli.
E allora il diradarsi degli incontri può diventare una parte del percorso, non la sua negazione.
A volte è proprio nel momento in cui ci vediamo meno che mi accorgo di quanto una persona abbia cominciato a camminare con le proprie gambe.
La terapia, per me, non è un luogo in cui rimanere per sempre.
È un luogo in cui poter imparare qualcosa che, lentamente, deve diventare proprio.
Perché il mio obiettivo non è che una persona pensi: “Senza la mia terapeuta non ce la faccio”.
È esattamente il contrario.
Vorrei che, prima o poi, potesse pensare:
“Quello che abbiamo costruito insieme adesso posso portarlo con me.”
E forse è proprio lì che comincia una delle forme più autentiche della cura: quando il terapeuta può fare un passo indietro e la persona può continuare a camminare.



