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Quando la violenza non si vede (e quando è già troppo tardi): riflessione da una piscina e da una spiaggia

da | 8 Giu 2025

Oggi ero in piscina con mia figlia, in un contesto ricreativo, rilassato.

Un bambino, avrà avuto 8 anni, prende con forza un altro bambino e gli spinge la testa sott’acqua. Nessuno lo vede. Io sì.

Mi avvicino, fermo il gesto, gli parlo. Lo rimprovero. Gli dico che non si fa. Che è pericoloso. Che non è un gioco.

E non lo era davvero. Non era un gesto ingenuo, goffo o immaturo.

Quel bambino sapeva di avere potere in quel momento.

Lo ha fatto con la freddezza e la determinazione di chi sta esercitando un controllo sull’altro.

Nessun sorriso. Nessun tono da gioco. Solo l’atto nudo della sopraffazione.

Consapevole. Violento. Silenzioso.

E a quel punto, invece che ricevere attenzione o ascolto, arriva di corsa la madre.

Non chiede cosa sia successo.

Non guarda il figlio.

Mi aggredisce direttamente.

Non per difendere la verità, ma per difendere il figlio a prescindere.

Poche ore dopo, a pochi chilometri da lì, un ragazzo di 18 anni viene accoltellato su una spiaggia, da un coetaneo, per motivi che verranno presto archiviati sotto la categoria “futili”.

Mi sono chiesta: cosa unisce questi due episodi?

Perché mi sembrano parte della stessa storia?

L’invisibilità della violenza quotidiana

Il bambino che spinge sott’acqua un coetaneo non è un criminale.

Ma quel gesto è già una forma di relazione che si impone con forza, che non considera l’altro.

Una prepotenza precoce. Una modalità di interazione dove l’altro è oggetto e non soggetto.

Non è un’eccezione. È un segnale.

La violenza non comincia con un coltello.

Comincia molto prima. Nei gesti piccoli, nei silenzi grandi, nell’impunità precoce.

Comincia quando non viene vista, o peggio ancora… giustificata.

Genitori difensori a oltranza: quando l’educazione si arrende

Il punto più drammatico non è stato il gesto del bambino.

È stata la reazione della madre.

Non ha chiesto: “Cosa è successo?”

Non ha guardato il bambino che aveva subito.

Non ha ascoltato.

Ha agito come una difesa cieca.

Come se la funzione genitoriale non fosse più educare, ma coprire, negare, blindare.

E allora cosa succede se per anni un bambino, ogni volta che sbaglia, viene “protetto” invece che tenuto al limite?

Cresce senza limite.

Cresce senza percezione dell’altro.

Cresce convinto che tutto gli è dovuto e che nessuno ha il diritto di fermarlo.

Una società dove il confine tra frustrazione e minaccia si assottiglia

L’episodio del ragazzo accoltellato poche ore dopo è figlio dello stesso clima.

Una società dove non si tollera più la frustrazione, dove un “no”, un’occhiata, una parola sbagliata diventano una miccia.

E spesso dietro c’è una crescita emotiva interrotta, un’assenza di contenimento, una mancanza di educazione al riconoscimento dell’altro.

Non si nasce violenti.

Si impara, giorno dopo giorno, che l’altro non conta, che non esiste limite, che chi ci prova a metterlo è un nemico.

Lo sguardo dell’adulto: quello che educa, o quello che abdica

In psicologia sappiamo che lo sguardo dell’adulto è fondamentale:

può essere contenitivo, può essere rinforzante, può essere confuso, o può essere totalmente assente.

Ma oggi, troppo spesso, lo sguardo dell’adulto è difensivo.

Non guarda il figlio per capirlo, ma per assolverlo in anticipo.

E così l’adulto smette di essere un punto di riferimento.

Diventa uno specchio cieco, che riflette solo quello che il figlio vuole vedere.

Conclusione: educare è anche esporsi

Oggi, in quella piscina, ho avuto il privilegio scomodo di vedere.

E la responsabilità – come terapeuta, come madre, come cittadina – di non far finta di niente.

Anche quando l’altro genitore reagisce con rabbia.

Anche quando rischi di passare per “esagerata”.

Perché se vogliamo davvero prevenire la violenza, dobbiamo iniziare a nominarla quando è ancora piccola.

E riconoscere che ogni gesto non visto è un segnale lasciato andare.

E ogni silenzio adulto è una lezione che resta.

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