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Superman è tornato. E no, non è solo un supereroe: è il simbolo di ciò che oggi ci manca di più

da | 11 Lug 2025

Superman è di nuovo sul grande schermo.

E come ogni volta che un eroe ritorna, qualcosa dentro si muove.

Ma stavolta non soffermiamoci sulla sua parte più “umana” – Clark Kent, la fatica di appartenere, la doppia identità.

Parliamo proprio di ciò che spesso viene considerato il meno credibile: la sua parte super.

Perché in un mondo dove cinismo e disillusione sono diventati la norma, la figura del salvatore puro, generoso, incorruttibile appare quasi anacronistica.

Eppure, proprio per questo, è necessaria.

Superman è l’archetipo della speranza

Superman non è interessante perché invincibile.

Lo è perché è buono.

È un personaggio che potrebbe distruggere tutto, e invece salva, con costanza e pazienza, anche chi non se lo merita.

In un’epoca dominata da supereroi oscuri, tormentati, vendicativi, Superman resta uno dei pochi a non agire per rabbia, ma per responsabilità.

Rappresenta ciò che oggi è sempre più raro:

la fiducia nel bene, la volontà di proteggere, la capacità di vedere il potenziale nelle persone anche quando esse non lo vedono in sé.

Superman non scappa dalla sua forza. La mette al servizio.

E questo, psicologicamente, è un messaggio potente.

La parte “super” che ci serve oggi

Superman è filantropia pura.

Non ha interessi personali, non cerca vendetta, non si piega al risentimento.

È una figura che agisce perché può, ma soprattutto perché sente di doverlo fare.

In tempi in cui l’individualismo è esasperato, l’idea di qualcuno che agisce solo per il bene degli altri può sembrare retorica.

Ma è esattamente questo che colpisce.

Superman non è un modello realista: è un simbolo.

E come tutti i simboli, non ci dice com’è il mondo, ma cosa ci manca.

Mettere a servizio i propri talenti: il vero potere

Uno degli aspetti più profondi della figura di Superman è questo:

non basta avere un talento, bisogna scegliere cosa farne.

Lui potrebbe usarlo per dominare, per essere temuto, per ottenere vantaggi.

Invece lo offre. Costantemente. Senza tornaconto.

È il modello di chi decide che il proprio potere ha valore solo se condiviso.

In terapia capita spesso di incontrare persone che faticano a riconoscere i propri punti di forza, oppure che, una volta riconosciuti, non sanno come usarli.

Superman ci ricorda che il talento non si realizza solo in funzione di sé stessi, ma soprattutto quando diventa utile a qualcun altro.

E questo è un atto di responsabilità, ma anche di libertà.

Un bisogno collettivo di credere in qualcosa che ci trascende

Superman è una proiezione ideale. È fede in forma di mantello.

Non fede religiosa, ma fiducia esistenziale: che qualcosa possa essere più grande, più buono, più stabile di noi.

Nel lavoro clinico lo vediamo spesso: le persone non cercano solo sollievo dai sintomi.

Cercano senso, orientamento, qualcosa che tenga insieme.

E il “super” non è altro che questo: una direzione.

Un ideale che, anche se irraggiungibile, ci ricorda dove stiamo andando.

Conclusione: Superman è meno ingenuo di quanto sembri

Non serve crederci davvero. Non serve pensare che esista.

Basta riconoscere il bisogno che rappresenta: quello di un’umanità che non ha rinunciato alla possibilità di essere buona, giusta, generosa.

E soprattutto, alla possibilità di mettere a frutto ciò che si è per il bene comune.

Superman oggi serve.

Non per salvarci, ma per ricordarci che possiamo ancora aspirare a qualcosa che somigli alla luce.

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