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A cosa serve il disgusto? L’emozione che protegge l’integrità

da | 10 Giu 2025

Il disgusto è una di quelle emozioni che spesso ci fa vergognare.

È viscerale, forte, a volte giudicata “esagerata”.

Eppure, è una delle emozioni più antiche e protettive che possediamo.

Dal punto di vista evolutivo, serve a tenerci al sicuro.

Dal punto di vista psicologico, serve a difendere la nostra integrità, corporea e simbolica.

Ma attenzione: il disgusto non riguarda solo il cibo avariato. Riguarda anche le relazioni.

Disgusto: la prima barriera del corpo

In origine, il disgusto è una reazione fisiologica:

Ci fa evitare alimenti tossici, odori pericolosi, situazioni contaminate. Coinvolge il volto (naso arricciato, bocca chiusa), il corpo (ritiro, nausea), e il giudizio immediato: “Allontanati da questo”.

È una forma di autoconservazione.

Ci dice cosa non deve entrare nel nostro corpo.

Ma non si ferma lì.

Il disgusto relazionale: ciò che non voglio più dentro

Nel mondo psichico, il disgusto ha un ruolo ancora più sottile:

ci segnala quando qualcosa — o qualcuno — invade il nostro spazio interno in modo disturbante.

Può emergere:

in relazioni manipolative o troppo simbiotiche, in contesti in cui ci si sente forzati, invasi, sopraffatti, in esperienze di vergogna o violazione del sé corporeo.

Il disgusto è l’allarme che ci dice: “Questa esperienza mi fa male a un livello profondo.”

È come se il corpo psichico dicesse: “Questo non lo voglio metabolizzare.”

Quando ci disgustiamo di noi stessi

A volte, il disgusto si rivolge verso l’interno.

Persone con storie di abuso, di colpa, di trauma o di vergogna, spesso raccontano:

“Mi faccio schifo.” “Non sopporto il mio corpo.” “Ho pensieri che mi disgustano.”

In questi casi, il disgusto non è più un’emozione sana: diventa autodiretto e distruttivo.

E quasi sempre, ha radici profonde nelle relazioni primarie.

Chi è cresciuto in ambienti dove prevalevano:

il giudizio negativo, la disconferma costante, il rifiuto, può aver interiorizzato l’idea che qualcosa in sé sia “sporco”, “sbagliato”, “non degno”.

Il disgusto verso di sé, allora, non nasce da ciò che si è, ma da come si è stati guardati.

È una risposta emotiva al fatto di non essersi mai sentiti accolti nella propria interezza.

Funzione sociale: il disgusto come limite morale

Il disgusto ha anche una funzione etica:

ci fa reagire di fronte a situazioni che minacciano i nostri valori profondi.

Ingiustizie. Tradimenti. Comportamenti che “ci fanno schifo” non solo per ciò che sono, ma per ciò che rappresentano.

Anche qui, il disgusto ci difende.

Segna un confine. Dice: “Questo è troppo lontano da me per essere accettabile.”

In terapia: legittimare il disgusto, senza farsene guidare

Molti pazienti raccontano il disgusto con colpa.

“Non dovrei sentirmi così…”

“Mi sento cattiva…”

Ma il disgusto non è cattiveria. È protezione.

Il punto non è esprimerlo in modo cieco, ma capire cosa sta difendendo, da dove nasce, cosa vuole comunicare.

Quando il disgusto viene ascoltato, smette di essere un sintomo scomodo e diventa un campanello d’allarme prezioso.

Conclusione: il disgusto non è solo rifiuto. È identità

Il disgusto ci dice chi siamo, cosa vogliamo accogliere e cosa no.

Ci aiuta a tenere lontano ciò che ci contamina.

A volte è scomodo, sì. Ma è profondamente sano.

Non va represso.

Va compreso.

E se ci accorgiamo che il disgusto è rivolto contro noi stessi, forse è il momento di chiedersi da chi abbiamo imparato a guardarci con quegli occhi.

Perché il disgusto, come ogni emozione, può essere guarito quando torna a essere sentinella e smette di essere condanna.

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