Ci sono persone che raccontano continuamente quanto stanno male, quanto gli altri non le capiscano, quanto la vita sia stata ingiusta con loro e quanto nessuno riesca davvero a vedere la loro sofferenza.
Raccontano esperienze dolorose, torti subiti, relazioni difficili, delusioni e occasioni mancate. Cercano ascolto, comprensione e riconoscimento. Eppure, quando qualcuno prova concretamente a offrire loro un aiuto, spesso lo rifiutano. Questo accade anche quando viene proposta la possibilità di intraprendere un percorso psicoterapeutico.
A volte trovano una ragione per cui non è il momento giusto. Altre volte spiegano perché nessuno potrebbe davvero comprenderle, perché le soluzioni proposte non funzionerebbero o perché, in fondo, il problema è sempre rappresentato dagli altri.
Si crea così un paradosso: il bisogno di essere ascoltati sembra fortissimo, ma la possibilità di cambiare la propria condizione viene continuamente allontanata.
Ma cosa succede quando una persona sembra desiderare soprattutto di essere riconosciuta nella propria sofferenza, piuttosto che trovare un modo per trasformarla?
E soprattutto, cosa rende così difficile accogliere un aiuto?
Quando la sofferenza diventa parte della propria identità
Per alcune persone, nel corso del tempo, il racconto della propria sofferenza può diventare una componente centrale della propria identità.
Non si tratta necessariamente di una scelta consapevole o di una strategia intenzionale. Spesso è un modo di dare significato alle esperienze vissute, soprattutto quando queste sono state caratterizzate da mancanza di riconoscimento, solitudine, trascuratezza o relazioni dolorose.
La persona può arrivare a costruire una narrazione di sé in cui occupa stabilmente il posto di chi non viene capito, non viene considerato, non viene amato abbastanza o subisce continuamente le conseguenze delle azioni altrui.
Questa narrazione può avere una funzione importante: permette di organizzare esperienze difficili e di dare una spiegazione alla propria sofferenza.
Il problema nasce quando diventa l’unica storia possibile.
Quando tutto ciò che accade viene interpretato attraverso la stessa lente, ogni nuova esperienza rischia di confermare la convinzione iniziale: nessuno mi capisce, nessuno mi aiuta, nessuno mi vede.
Anche le situazioni che potrebbero offrire possibilità differenti vengono così ricondotte alla narrazione già conosciuta.
In questo modo, la sofferenza rischia di non essere più soltanto qualcosa che la persona vive, ma qualcosa attraverso cui impara a definirsi.
Il bisogno di essere visti, anche attraverso il dolore
A volte, dietro il bisogno costante di raccontare la propria sofferenza, si nasconde un bisogno profondo di riconoscimento.
Essere ascoltati, compresi e accolti è un bisogno umano fondamentale. Per alcune persone, tuttavia, il dolore può diventare il principale canale attraverso cui sentirsi riconosciute dagli altri.
Se per molto tempo una persona ha avuto la sensazione di non essere vista nei propri bisogni, potrebbe aver imparato a ottenere attenzione soprattutto attraverso il racconto delle proprie difficoltà.
In questi casi, immaginare di stare meglio può diventare, paradossalmente, qualcosa di difficile.
Perché cosa succede quando non si è più la persona che ha sempre bisogno di essere salvata, compresa o risarcita per ciò che ha subito?
Chi si diventa quando non si occupa più quel posto all’interno delle proprie relazioni?
Sono domande importanti, perché talvolta il cambiamento non mette in discussione soltanto una condizione di sofferenza, ma anche un’identità costruita nel tempo.
Questo non significa che la persona scelga di soffrire o che tragga necessariamente un vantaggio consapevole dalla propria condizione. Significa piuttosto che ciò che è familiare, anche quando fa male, può risultare più prevedibile e meno spaventoso di qualcosa di nuovo.
Quando l’aiuto viene offerto, ma viene rifiutato
Una delle situazioni più complesse si verifica quando una persona dichiara di stare male, lamenta continuamente la propria condizione e, allo stesso tempo, rifiuta le possibilità di aiuto che le vengono offerte.
Questo può accadere anche nel rapporto con la psicoterapia.
La persona può desiderare che qualcuno la ascolti, che confermi quanto abbia sofferto, che riconosca le ingiustizie subite. Ma quando il percorso terapeutico comincia a introdurre domande differenti, a esplorare le modalità relazionali o a considerare il proprio contributo alle dinamiche che si ripetono, può emergere una forte resistenza.
Perché essere ascoltati non è sempre la stessa cosa che essere pronti a cambiare.
Un conto è desiderare che qualcuno riconosca il nostro dolore. Un altro è accettare di esplorare il modo in cui quel dolore influenza le nostre scelte, le nostre relazioni e il nostro modo di stare nel mondo.
La psicoterapia non dovrebbe mai diventare un luogo in cui sentirsi giudicati o colpevolizzati per ciò che si è vissuto. Tuttavia, non può neanche ridursi alla continua conferma di una narrazione in cui la persona non ha alcuna possibilità di incidere sulla propria vita.
Il lavoro terapeutico consiste anche nell’aprire nuove prospettive, senza negare la sofferenza e senza sostituire una colpevolizzazione con un’altra.
Quando manca la fiducia: il passato che si ripresenta nelle relazioni
C’è un altro aspetto fondamentale da considerare: non sempre dietro il rifiuto dell’aiuto si nasconde la volontà di rimanere nella propria sofferenza. A volte, ciò che rende difficile affidarsi a qualcuno è la mancanza di fiducia.
La fiducia non nasce improvvisamente. Si costruisce nel corso della nostra storia relazionale, attraverso le esperienze vissute con le figure significative della nostra vita.
Se durante l’infanzia o nel contesto familiare abbiamo sperimentato ripetutamente incoerenza, trascuratezza emotiva, abbandono, delusione o mancato riconoscimento dei nostri bisogni, potremmo aver sviluppato l’aspettativa che affidarsi agli altri significhi esporsi al rischio di essere feriti.
Potremmo aver imparato che chiedere aiuto non serve, che mostrare le proprie fragilità è pericoloso, che fidarsi significa diventare vulnerabili o che, prima o poi, l’altro finirà per deluderci.
Queste esperienze non rimangono necessariamente confinate al passato. Possono influenzare il modo in cui costruiamo le relazioni nel presente.
E questo può accadere anche all’interno della psicoterapia.
Una persona può desiderare profondamente di essere aiutata, ma contemporaneamente non riuscire a fidarsi del terapeuta. Può mettere in dubbio le sue intenzioni, temere di essere giudicata, interpretare alcune osservazioni come critiche o aspettarsi che, prima o poi, anche quella relazione si riveli deludente.
Può chiedere ascolto, ma fare fatica a lasciarsi conoscere davvero. Può desiderare vicinanza e contemporaneamente mantenere una distanza protettiva.
Da una prospettiva sistemico-relazionale, possiamo comprendere queste modalità anche alla luce delle esperienze e dei modelli relazionali appresi nel tempo.
La relazione terapeutica, infatti, non è separata dalla storia della persona: può diventare uno spazio in cui si ripresentano aspettative, paure e modalità di protezione sviluppate nelle relazioni precedenti.
Per questo motivo, costruire un’alleanza terapeutica richiede tempo. Non basta offrire aiuto perché l’altro riesca ad accoglierlo. Occorre che possa sperimentare gradualmente una relazione sufficientemente sicura, nella quale sentirsi ascoltato, rispettato e non giudicato.
La fiducia non può essere pretesa: deve poter essere costruita attraverso l’esperienza della relazione.
E forse proprio qui risiede una delle possibilità più importanti della psicoterapia: sperimentare che una relazione può essere diversa da quelle conosciute in passato, che è possibile affidarsi senza necessariamente essere delusi e che mostrarsi vulnerabili non significa perdere il controllo o essere esposti a un nuovo dolore.
Naturalmente, non ogni difficoltà ad affidarsi deriva necessariamente dalla storia familiare. Ogni persona ha una propria storia e il terapeuta ha il compito di comprenderne i significati senza ricondurre automaticamente ogni comportamento a un’unica spiegazione.
La prospettiva sistemico-relazionale: quando una storia si mantiene nel tempo
Da una prospettiva sistemico-relazionale, l’individuo non può essere compreso separatamente dalle relazioni significative di cui fa parte.
Siamo profondamente influenzati dai legami che costruiamo, dalla famiglia in cui cresciamo, dalle esperienze affettive e dai contesti sociali nei quali sviluppiamo la nostra identità.
Non siamo semplicemente il risultato di ciò che ci è accaduto, ma anche del significato che abbiamo attribuito alle nostre esperienze e delle modalità attraverso cui abbiamo imparato a stare in relazione con gli altri.
Alcune modalità relazionali, anche quando producono sofferenza, possono diventare estremamente familiari.
Pensiamo a chi si sente costantemente incompreso e cerca continuamente qualcuno che possa finalmente comprenderlo. Oppure a chi vive relazioni in cui si sente trascurato, ma continua a investire nelle stesse dinamiche, ritrovandosi ogni volta nella posizione di chi non riceve abbastanza.
In questi casi può instaurarsi un circuito relazionale che tende ad autoalimentarsi:
- La persona si sente non vista e non riconosciuta.
- Cerca negli altri conferme del proprio vissuto di sofferenza.
- Gli altri provano a offrire soluzioni o aiuto.
- L’aiuto viene percepito come insufficiente, inadeguato o poco autentico.
- La persona si sente nuovamente non vista e la convinzione iniziale viene rafforzata.
- La sfiducia aumenta e diventa ancora più difficile accogliere nuove possibilità relazionali.
Il risultato è un sistema di interazioni che, pur mantenendo la sofferenza, continua a riprodurre modalità conosciute di stare in relazione.
Uscire da questo circuito significa iniziare a considerare possibilità differenti, riconoscendo gradualmente anche il proprio margine di scelta e di cambiamento.
Il rischio di confondere il riconoscimento con la conferma
Un aspetto importante riguarda la differenza tra riconoscere la sofferenza di una persona e confermare continuamente la sua interpretazione degli eventi.
Riconoscere significa accogliere il dolore, dare dignità alle esperienze vissute e comprendere il significato che hanno avuto.
Confermare indiscriminatamente, invece, può significare rafforzare l’idea che tutto dipenda sempre dagli altri, che non esistano alternative e che la persona non abbia alcuna possibilità di intervenire sulla propria condizione.
In psicoterapia è fondamentale riuscire a stare in equilibrio tra queste due dimensioni.
Non si può chiedere a una persona di cambiare prima di aver compreso la sua storia. Ma non si può nemmeno pensare che comprenderla significhi lasciarla necessariamente all’interno della stessa narrazione.
La comprensione non deve diventare immobilità.
Il terapeuta non è chiamato a stabilire chi abbia ragione o torto, né a schierarsi contro le persone che fanno parte della vita del paziente. Il suo compito è aiutare quest’ultimo a esplorare prospettive differenti, riconoscere i propri schemi relazionali e recuperare possibilità che, fino a quel momento, potevano sembrare invisibili.
Non essere pronti a cambiare non significa non meritare aiuto
È importante sottolineare che il rifiuto della psicoterapia non equivale automaticamente a non voler stare meglio.
Una persona può avere paura di affrontare determinati vissuti, può non fidarsi, può aver avuto esperienze terapeutiche negative, può non riconoscere ancora il proprio bisogno di cambiamento o semplicemente non sentirsi pronta.
A volte il bisogno di proteggersi è più forte del desiderio di affidarsi. Altre volte la persona non riesce ancora a immaginare una vita diversa da quella che conosce.
Anche il terapeuta deve interrogarsi sul proprio modo di proporre il cambiamento, rispettando i tempi, l’autonomia e la libertà della persona.
Non si può obbligare qualcuno a mettersi in discussione, né si può costruire un percorso terapeutico al posto suo.
La possibilità di cambiare nasce anche dalla disponibilità a guardarsi da prospettive nuove, ma questa disponibilità non può essere imposta.
E se la domanda fosse: cosa succederebbe se smettessi di raccontarti sempre la stessa storia?
Forse una delle domande più importanti da porsi è proprio questa.
Cosa succederebbe se, pur riconoscendo tutto ciò che hai vissuto, iniziassi a considerare che la tua storia possa avere anche un seguito diverso?
Se smettessi di identificarti esclusivamente con ciò che ti è mancato, con chi non ti ha capito, con chi ti ha ferito?
Se iniziassi a chiederti non soltanto perché gli altri si comportano in un determinato modo, ma anche quali possibilità hai tu di scegliere, agire e costruire relazioni differenti?
E se provassi, gradualmente, a fidarti della possibilità che non tutte le relazioni debbano necessariamente riprodurre le delusioni del passato?
Questo non significa negare le responsabilità altrui, minimizzare le ingiustizie o attribuirsi colpe che non ci appartengono.
Significa riconoscere che, anche quando non abbiamo scelto ciò che ci è accaduto, possiamo gradualmente recuperare uno spazio di scelta rispetto a ciò che vogliamo fare della nostra storia.
A volte non è che non vogliamo essere aiutati: è che non abbiamo imparato a fidarci abbastanza da permettere a qualcuno di aiutarci.
Altre volte, invece, il bisogno di continuare a essere riconosciuti nella nostra sofferenza può diventare così centrale da rendere difficile immaginare chi potremmo essere al di fuori di quella narrazione.
In entrambi i casi, il cambiamento richiede un incontro: con la propria storia, con le proprie paure e con la possibilità di sperimentare modalità differenti di stare in relazione.
Perché essere stati feriti non significa essere destinati a vivere per sempre nel ruolo di chi continua a essere ferito.
E forse il cambiamento più importante inizia proprio quando non sentiamo più il bisogno di dimostrare continuamente quanto abbiamo sofferto, ma cominciamo a chiederci come vogliamo vivere.
La nostra storia merita di essere ascoltata, compresa e rispettata. Ma non deve necessariamente diventare una condanna a ripeterla.


