Viviamo in un’epoca in cui le emozioni sono molto nominate, ma non sempre realmente accettate.
Soprattutto alcune: la rabbia, la paura, la tristezza.
Sono emozioni che tendiamo a correggere, calmare, eliminare il più velocemente possibile.
In particolare quando appartengono ai bambini.
Eppure sono emozioni fondamentali per lo sviluppo psicologico.
Un piccolo episodio al parco
Qualche giorno fa mi trovavo in un parco e ho assistito a una scena semplice, molto comune.
Una mamma parlava al suo bambino e nel giro di pochi minuti gli ha rivolto tre espressioni molto chiare.
La prima:
“Non ti arrabbiare.”
La seconda:
“Non aver paura.”
La terza, mentre il bambino stava piangendo:
“Che fai, piangi? Non piangere.”
Tre emozioni diverse — rabbia, paura e tristezza — che venivano immediatamente scoraggiate.
Dopo poco la madre si è alzata e ha iniziato a giocare a pallone con il bambino, cercando di farlo divertire.
In quel momento è stata messa in primo piano un’unica emozione possibile: la gioia.
Questa scena mi ha fatto riflettere su quanto, nella nostra cultura educativa, esista oggi una forte difficoltà a tollerare le emozioni “negative” dei figli.
La paura delle emozioni difficili
Molti genitori non fanno questo per superficialità, ma per preoccupazione.
Non vogliono vedere il figlio soffrire.
Il problema è che, nel tentativo di proteggerlo dal disagio, si rischia di comunicare un messaggio implicito:
arrabbiarsi non va bene avere paura è sbagliato piangere è qualcosa da interrompere subito
Così alcune emozioni diventano emozioni proibite.
Le emozioni non sono errori
Dal punto di vista psicologico, però, le emozioni non sono errori da correggere.
La rabbia segnala un limite violato.
La paura segnala un pericolo o una incertezza.
La tristezza segnala una perdita o un bisogno di consolazione.
Sono tutte emozioni che aiutano il bambino a:
conoscere se stesso capire il mondo regolare le relazioni
Se vengono sistematicamente negate, il bambino può imparare non a gestirle, ma a nasconderle.
La cultura della felicità obbligatoria
Oggi sembra esserci una forte pressione verso il benessere continuo.
I bambini devono stare bene, divertirsi, essere sereni.
Quando emerge un’emozione dolorosa, l’adulto spesso interviene rapidamente per spostare l’attenzione verso qualcosa di positivo.
Il gioco, la distrazione, il divertimento diventano strumenti per cancellare ciò che il bambino stava provando.
Ma crescere non significa vivere solo emozioni piacevoli.
Significa imparare ad attraversarle tutte.
Accogliere non significa lasciare soli
Accogliere la rabbia, la paura o il pianto di un bambino non significa incoraggiarli all’infinito.
Significa prima di tutto riconoscerli.
Dire, per esempio:
“Capisco che sei arrabbiato.” “Ti ha spaventato questa cosa.” “Sei triste, vero?”
Quando un’emozione viene riconosciuta, il bambino non si sente sbagliato.
E proprio per questo può imparare, poco alla volta, a regolarla.
Il compito degli adulti
Il compito degli adulti non è eliminare le emozioni difficili dei figli.
È aiutarli a conoscerle e a stare dentro di esse senza sentirsi soli.
Un bambino che può arrabbiarsi, avere paura e piangere senza essere giudicato diventerà più facilmente un adulto capace di riconoscere e gestire le proprie emozioni.
In conclusione
Le emozioni non sono tutte piacevoli, ma sono tutte necessarie.
Se insegniamo ai bambini che alcune emozioni non devono esistere, rischiamo di far crescere adulti che non sanno più riconoscerle dentro di sé.
E forse la vera educazione emotiva non consiste nel rendere i figli sempre felici,
ma nel permettere loro di sentire davvero tutto ciò che provano.



