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Lasciare andare i figli: il difficile compito dell’amore

da | 27 Set 2026

Ci sono momenti nella vita dei figli in cui, quasi senza accorgercene, ci chiedono di fare un passo indietro.

Succede quando iniziano la scuola, quando trascorrono la prima notte fuori casa, quando prendono la patente, quando partono per l’università, quando trovano un lavoro, quando scelgono una persona con cui condividere la vita. Ogni volta qualcosa cambia. E ogni volta, per un genitore, c’è una piccola separazione da attraversare.

Perché crescere un figlio non significa soltanto accompagnarlo verso l’autonomia. Significa anche imparare, lentamente, a non essere più indispensabili nello stesso modo.

Ed è forse questa una delle prove più difficili dell’amore.

Quando un bambino è piccolo, proteggere significa fare. Fare al posto suo, decidere, anticipare i pericoli, controllare che abbia mangiato, che abbia dormito, che abbia tutto ciò che gli serve. È naturale. È necessario.

Poi, però, arriva un momento in cui quel modo di amare deve trasformarsi.

Il problema è che il cuore dei genitori non sempre riceve in tempo la comunicazione.

La mente sa che il figlio sta crescendo. Il cuore, qualche volta, continua a vedere quel bambino che aveva bisogno di essere accompagnato ovunque.

E così può accadere che la protezione diventi controllo.

Che il consiglio diventi imposizione.

Che la preoccupazione diventi intrusione.

Che il desiderio di evitare una sofferenza si trasformi nel tentativo di impedire al figlio di vivere la propria vita.

Ma crescere significa anche poter sbagliare.

Significa fare esperienze che non avremmo scelto per loro. Innamorarsi della persona che noi non avremmo scelto. Prendere strade che ci sembrano incomprensibili. Cadere, rialzarsi, cambiare idea.

Un figlio non è una seconda possibilità per i genitori.

Non è il luogo in cui realizzare i sogni rimasti incompiuti, né la continuazione della loro identità.

È una persona diversa.

E amare una persona diversa significa, prima o poi, accettare che possa vivere una vita che non avremmo immaginato.

Questo non significa smettere di esserci.

Anzi.

Forse lasciare andare davvero significa imparare a esserci in un altro modo.

Non più davanti, per indicare continuamente la strada.

Non più dietro, per controllare che non cada.

Ma accanto.

E qualche volta anche a distanza.

È un cambiamento enorme, perché obbliga anche i genitori a interrogarsi su se stessi. Quando un figlio diventa autonomo, infatti, non cambia soltanto la sua vita. Cambia anche quella di chi lo ha cresciuto.

E può comparire un vuoto.

Un tempo che prima era occupato da accompagnamenti, preoccupazioni, telefonate, compiti, organizzazione, responsabilità quotidiane.

All’improvviso ci si può chiedere: “E adesso io chi sono, oltre a essere genitore?”

È una domanda tutt’altro che semplice.

Perché per molti anni l’identità può essersi costruita anche attorno al prendersi cura. E quando quel bisogno diminuisce, può essere necessario ritrovare altre parti di sé, altre relazioni, altri desideri, altre dimensioni della propria vita.

Nel lavoro psicoterapeutico incontro spesso quanto sia difficile questo passaggio.

Dietro il controllo, molte volte, non c’è affatto il desiderio di dominare.

C’è la paura.

La paura che il figlio soffra.

La paura che faccia una scelta sbagliata.

La paura che il mondo possa ferirlo.

E, qualche volta, una paura ancora più profonda: quella di non essere più necessari.

Ma essere necessari non è la stessa cosa che essere importanti.

Un figlio può non avere più bisogno che gli ricordiamo cosa fare e continuare ad avere bisogno di sapere che, se ne avrà bisogno, troverà una casa emotiva in cui tornare.

Questa è forse la differenza più delicata.

Lasciare andare non significa chiudere la porta.

Significa smettere di tenerla aperta con la mano.

Significa permettere all’altro di entrare e uscire dalla propria vita perché lo sceglie, non perché noi abbiamo bisogno che rimanga vicino.

E forse è proprio qui che l’amore diventa adulto.

Quando un figlio può dire: “Ce la faccio da solo”.

E il genitore riesce a rispondere:

“Lo so. E io sono qui, se avrai bisogno.”

Non è una resa.

È una conquista.

Perché crescere un figlio significa, alla fine, insegnargli anche a vivere senza di noi.

E accettare che possa farlo è una delle forme più profonde, e più dolorose, della fiducia.

Le radici servono per sapere da dove veniamo.

Ma nessun albero cresce perché le sue radici lo trattengono.

Cresce perché, proprio grazie a quelle radici, può permettersi di andare verso il cielo.

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